Qualche tempo fa ho partecipato a una serata organizzata dal gruppo di Scout di Roma 8 del quale fa parte mia figlia Lucia. Il titolo dello spettacolo, presentato al Teatro Verde era “Oltre i pregiudizi” e da allora la parola oltre mi guida a uscire dalla mia ‘comfort zone’, quell’area comoda dove è così facile rimanere fermi. Ragazze e ragazzi adolescenti hanno esplorato il mondo Rom nel quartiere Prati Delle Vittorie di Roma e hanno realizzato un filmato per condividere le loro scoperte su una realtà complessa, discriminata e ridotta a una serie di stereotipi difficili da abbattere. A meno che giovani abituati a guardare la realtà con la mente ancora poco influenzata dalle strumentalizzazioni, non decidano di informarsi, andando direttamente alla fonte e provino a informare in modo creativo ed efficace.
“Il pregiudizio è la frusta che l’ignoranza mette in mano agli esseri umani per usarla contro i propri simili, per colpire ogni cosa di cui non si ha la giusta conoscenza;” ha letto una delle ragazze prima che il resto del coro intonasse il canto Rumelaj. E il testo continuava così:
“è il giudizio sciocco, il giudizio cattivo;
è il pennello che dipinge le forme inette della superstizione;
è il terreno fertile per far crescere le ipotesi, le idee e le convinzioni sbagliate;
è la lente attraverso la quale ogni immagine è vista deturpata per la sua opacità e resa per ciò che non è.
Il pregiudizio è un inganno che ci racconta di false verità e di false credenze;
è lo sporco strumento utilizzato da alcuni per generare odio in altri;
è un contenitore sorridente di sangue e sofferenze, di discriminazione e ingiustizia”.


Il progetto è partito da un questionario sottoposto a circa 350 persone del quartiere, con domande del tipo “Quanti Rom ci sono in Italia” oppure “Dove vivono i Rom”. L’analisi del questionario, comparata alle informazioni sulla popolazione Rom, ha mostrato quanto poco si sappia di questa popolazione e quanto invece si creda di sapere. In Italia ci sono circa duecentomila rom, che vivono nel nostro paese da più di 500 anni. Di questi, solo una minoranza risiede nei campi perché i Comuni non hanno interesse a trovare loro una sistemazione. Si tratta in maggioranza di cittadini profondamente italiani ed Europei, non più nomadi e sono più di 20 anni che nessun rom è accusato di rapimento di bambini. Oltre a varie informazioni storiche e demografiche, il video presentava una serie di interviste a giovani Rom molto diversi tra loro, per livello di istruzione, situazione familiare e residenza, e i loro volti e le loro risposte sono stati l’esempio più evidente di come il mondo dei rom sia lontanissimo dall’immagine di persone sporche e senza casa, se non ladre e ignoranti, come vengono troppo spesso rappresentate. Rimanere nel confine del pregiudizio diffuso va a discapito della loro integrazione e perpetua un’emarginazione che mantiene le distanze e impedisce la conoscenza. Per andare oltre i loro stessi risultati, i giovani scout hanno invitato a parlare sul palco del teatro una serie di persone impegnate nel sociale, attivisti, professori e giornalisti che si occupano di descrivere la realtà Rom e che mettono il loro lavoro a servizio della demolizione dei pregiudizi.

C’era Carlo StasollaPresidente dell’Associazione 21 Luglio , che ha vissuto all’interno degli insediamenti romani maturando una conoscenza diretta delle comunità Rom. Autore dell’analisi “Sulla pelle dei Rom” incentrata sulle politiche della giunta Alemanno, le parole di Stasolla sono state: “Il razzismo contro i rom è trasversale e transclassista, cioè riguarda tutti, ricchi e poveri, di destra e di sinistra. Non dimentichiamo, ad esempio, che le violazioni dei diritti umani nei confronti dei rom a Roma non si sono registrate solo sotto la Giunta a guida Alemanno. I primi campi sono stati creati proprio dal centro sinistra, quando i rom arrivarono in massa in Italia per fuggire dalla guerra nella ex Jugoslavia. La Giunta Raggi si sta rivelando particolarmente dura contro i rom: negli ultimi 30 giorni, sono stati ben 12 gli sgomberi forzati. Un vero record!”. Apparentemente sono “sgomberi puliti”, perché non c’è violenza fisica sulle persone, che invece vengono minacciate di vedersi sottratti i figli. Le famiglie così scappano per precauzione e quando tornano trovano le loro baracche, cioè le loro case, completamente distrutte, con tutti i loro ricordi e oggetti personali andati perduti. Oltre a lui sono intervenuti Piero Vereni, professore di Antropologia sociale all’Università di Tor Vergata, la giornalista Rai Carmen Vogani e l’educatore rom Nedzad “Pio” Husovic, vera star della serata, che ha definito le ragazze e i ragazzi scout dei supereroi, dotati del coraggio di andare oltre il pregiudizio e aiutare a “togliere il prosciutto dagli occhi di tante persone”.

Per andare oltre ci vuole coraggio ed è questo il messaggio che ho acchiappato anche dal film “The Green Book”, che ha meritato l’Oscar. La frase: “Il genio non basta se non hai coraggio”, mi era arrivata dal violoncellista russo, personaggio minore del film che avevo visto tempo fa e che avevo eletto anche io miglior film, nella mia personale classifica. Avevo amato tutto del film: la storia, i personaggi, la poesia della narrazione e il tema sociale. D’altra parte non poteva non piacermi un film che ha per titolo la parola libro verde, anche se prima di vedere il film non sapevo cosa rappresentasse questo volume. Il “Green Book” era la guida americana che negli anni della segregazione razziale indicava gli hotel per le persone di colore in quegli stati del Sud che ancora praticavano una feroce discriminazione.

Victor Hugo Green, ex impiegato delle poste di Harlem, pubblicò la guida “Green Book” nel 1936. Inizialmente era dedicata alla sola città di New York, ma dall’anno successivo, visto il grande successo, si allargò edizione dopo edizione. Continuò a essere stampata fino al 1966, dopo la fine della segregazione razziale, con l’approvazione del Civil Rights Act del 1964 voluta da John Fitzgerald Kennedy. Nell’edizione del 1949, l’editore scriveva: “Verrà un giorno, in qualche tempo di un vicino futuro, in cui questa guida non sarà più pubblicata… e ciò avverrà quando la nostra razza avrà uguali opportunità e privilegi in tutti gli Stati Uniti”.
Il coprotagonista del film è un pianista, un genio, un giovane nero che è uscito dall’anonimato rivelando il talento per la musica fin dalla tenera età. La sua è la storia vera di un bambino prodigio che non ha potuto perseguire la carriera di un pianista classico a causa del colore della sua pelle. Grazie al suo talento riesce comunque ad avere successo nell’America degli anni Sessanta prestandosi a suonare Jazz ‘colto’ in trio con un violoncellista russo e un contrabbassista americano. E lo fa a discapito della sua integrità di appassionato romantico (a diciotto anni aveva cominciato a suonare da professionista debuttando assieme alla Boston Pops Orchestra, con il concerto per piano e orchestra n.1 in Si bemolle minore di Tchaikovsky). Al centro della storia non c’è solo il genio musicale, il talento e la storia travagliata di un grande musicista. Accanto a lui c’è il suo contrario, un italo americano cresciuto nel Bronx, la cui cultura è quella della strada e dei locali notturni. Un buttafuori, un tuttofare, uno che se la sa cavare nel mondo ‘complicato’ delle notti newyorkesi, esercitando la sua intelligenza, anch’essa geniale, e un notevole coraggio, intriso di una qualità importante in quel contesto: riuscire ad abbindolare chiunque con le parole, al punto da meritare il soprannome di Tony Lip. Lip vuol dire labbra e quindi indica la bocca, la parlantina, capace di infarcire la realtà di cazzate, senza però davvero mentire.
L’incontro tra i due è l’unione di bianco e nero che diventano una cosa sola, quell’armonia dei contrari di cui parlavo nella storia di un pennacchio, di un cadetto poeta e di un genio creatore di una scuola di scrittura! E avviene sulla strada indicata dal “Green Book”, che l’autista bianco si porta come guida per cercare alloggio al musicista nelle città dove i neri non hanno ancora gli stessi diritti dei bianchi.


Come al solito non è pura coincidenza aver visto il film in un periodo in cui pensavo alla storia di Cyrano de Bergerac, al suo amore per Rossana e al suo prestarsi a scrivere una lettera a lei diretta, donando la sua arte poetica al cadetto di cui Rossana è innamorata. Nel film il musicista colto, privato dell’esperienza diretta dell’amore, perché “troppo nero in un mondo di bianchi, troppo bianco in un mondo di neri e troppo gay in un mondo di etero”, aiuta con l’arte delle parole il suo autista bianco, capace di muoversi in qualsiasi contesto e far valere le proprie ragioni, ma non in quello della scrittura. Per lui anche il semplice atto di scrivere lettere alla moglie è un impresa che si riduce al resoconto di quello che ha mangiato. Il pianista lo aiuta dettandogli frasi romantiche e Tony le scrive, rafforzando il legame d’amore con sua moglie e imparando dalla scrittura a esprimere quello che in realtà ha già nel suo animo. D’altro canto il pianista riceve dal suo autista e guardia del corpo il dono di sentirsi accettato senza pregiudizi, che gli permetterà di conoscere se stesso e il mondo dal quale proviene e che aveva dimenticato, costruendosi una prigione di solitudine esistenziale.
La storia riguarda il coraggio di cambiare il mondo cominciando da sé, in questo caso il coraggio di abbattere i pregiudizi sull’essere bianchi o neri, sul fatto che un nero ami per forza la musica dei neri e un bianco quella dei bianchi, sulla possibilità che proprio la musica sia quel linguaggio capace di attraversare muri, recinzioni, barriere, abbattendoli e rendendo possibili armonie inaspettate.
L’autista buttafuori non capisce il coraggio del suo boss nero, un genio che si avventura a suonare per i bianchi degli stati del sud, affrontando i loro pregiudizi: gli spettatori che applaudono ai suoi concerti raffinati, sono gli stessi che gli negano l’accesso alla toilette per soli bianchi dietro le quinte dello show. Intuisce però la solitudine del suo boss e la sua estrema vulnerabilità in termini di legami affettivi, spingendolo a recuperare i rapporti di sangue con suo fratello. “Il mondo è pieno di persone sole che aspettano che sia l’altro a fare la prima mossa”, dice Tony al pianista, invitandolo a scrivere a suo fratello e spingendolo a mettere da parte l’orgoglio. Ognuno dei due va oltre il proprio limite, il proprio pregiudizio, grazie all’incontro con l’altro e allo sbocciare dell’amicizia.

Andare oltre il proprio limite è l’azione di mettersi nei panni dell’altro, come suggerisce Atticus Finch alla figlia Scout, nel romanzo: “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee. Emblema di un pensiero antirazzista è tra le letture consigliate da Barak Obama contro ogni discriminazione. Leggendolo (o rileggendolo) ho ritrovato alcune delle pillole di saggezza che il padre di Scout, avvocato accusato di essere ‘negrofilo’ perché si presta a difendere un nero innocente da un’accusa infamante nell’Alabama degli anni trenta e della depressione, consegna a sua figlia in eredità. All’inizio del romanzo la protagonista Scout che ha circa sette anni si trova in conflitto con una nuova maestra elementare che le impedisce di leggere perché secondo lei deve ricominciare a imparare l’abc. La bambina non vuole più andare a scuola e Atticus la incoraggia a fare il suo dovere, andando oltre il suo risentimento nei confronti della maestra. “Prima di tutto voglio insegnarti un semplice trucco, Scout, e se lo imparerai andrai molto più d’accordo con tutti: se vuoi capire una persona, devi cercare di considerare le cose dal suo punto di vista…” E continua: “Se vuoi capire una persona, devi provare a metterti nei suoi panni e riflettere un poco”.
La conversazione prosegue sull’importanza per Scout di andare a scuola, ma verso la fine Atticus offre un appiglio che va oltre l’imposizione da padre a figlia: “Sai che cos’è un compromesso?”
“È come piegare la legge?”
“No, è un accordo che si raggiunge attraverso concessioni reciproche. La cosa funziona così: se tu sei capace di capire da te che andare a scuola è una cosa necessaria, continueremo a leggere tutte le sere, come sempre. Affare fatto?”
“Si”.
“Allora lo considereremo ratificato senza bisogno delle solite formalità”.
(…) “A proposito Scout, meglio non dire niente a scuola del nostro accordo!”
“Perché no?”
“Temo che la nostra attività non sarebbe approvata dalle autorità competenti”, rispose.
Jem e io eravamo abituati al gergo legale di nostro padre, ed eravamo autorizzati a interromperlo perché ce lo traducesse, quando andava al di là della nostra comprensione.
“Eh?”
“Io non sono mai andato a scuola,” disse, “ma ho la sensazione che se tu dicessi a miss Caroline che leggiamo tutte le sere, se la prenderebbe con me, e io davvero non vorrei andarci di mezzo”.

La capacità di Atticus di mostrare cosa c’è oltre quello che sembra è l’aspetto più importante della storia. In un’altra occasione Atticus dà una definizione di coraggio che mi ha fatto ripensare alla storia di “The Green Book”. Sta parlando con il figlio maggiore: “Volevo che tu imparassi una cosa: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo con il fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere in questi casi, ma qualche volta succede”. E non è altro che quello che ognuno di noi attraversa con coraggio, ogni volta che compie un’azione per spingersi oltre i propri limiti, qualunque essi siano.

Mentre terminavo questo articolo, mi è arrivata una foto dell’emblema di un genio al quale non è mai mancato il coraggio di andare oltre. Negli ultimi venti anni prima della sua morte, un genio come Einstein, non accettava quasi mai inviti ad andare a tenere lezioni in giro per università americane. Lo fece nel 1946, rompendo una regola autoimposta, per andare ad accettare una Laurea ad honorem alla Lincoln University in Pennsylvania, una piccola università per studenti di colore. Queste le parole del suo discorso: “The separation of the races is not a disease of colored people, but a disease of white people. I do not intend to be quiet about it. (…) There is, however, a somber point in the social outlook of Americans. Their sense of equality and human dignity is mainly limited to men of white skins. Even among these there are prejudices of which I as a Jew am clearly conscious; but they are unimportant in comparison with the attitude of the ‘Whites’ toward their fellow-citizens of darker complexion, particularly toward Negroes. The more I feel an American, the more this situation pains me. I can escape the feeling of complicity in it only by speaking out. Many a sincere person will answer: ‘Our attitude towards Negroes is the result of unfavorable experiences which we have had by living side by side with Negroes in this country. They are not our equals in intelligence, sense of responsibility, reliability’. I am firmly convinced that whoever believes this suffers from a fatal misconception. Your ancestors dragged these black people from their homes by force; and in the white man’s quest for wealth and an easy life they have been ruthlessly suppressed and exploited, degraded into slavery. The modern prejudice against Negroes is the result of the desire to maintain this unworthy condition. The ancient Greeks also had slaves. They were not Negroes but white men who had been taken captive in war. There could be no talk of racial differences. And yet Aristotle, one of the great Greek philosophers, declared slaves inferior beings who were justly subdued and deprived of their liberty. It is clear that he was enmeshed in a traditional prejudice from which, despite his extraordinary intellect, he could not free himself. I believe that whoever tries to think things through honestly will soon recognize how unworthy and even fatal is the traditional bias against Negroes. What, however, can the man of good will do to combat this deeply rooted prejudice? He must have the courage to set an example by word and deed, and must watch lest his children become influenced by this racial bias”.


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