C’è una rete di racconti che ha nodi in tutta Italia. A volte si stringono in qualche città, come è successo a Bologna, accanto all’autrice Mariangela Casulli, che aveva organizzato una presentazione dell’antologia “Racconti nella Rete 2018”, nella libreria Ubik a Via Irnerio. Bolognese di adozione, ma di origine pugliese, Mariangela è autrice del racconto “Il viaggio” e ha creato una bella occasione per farmi riacchiappare dalle maglie di Demetrio Brandi, che accompagna in giro per l’Italia la raccolta, presentando, con entusiasmo e compostezza, noi pesci scriventi catturati nella rete. Il mio racconto incluso nella raccolta 2018 si intitola “Quanto basta per essere felici”. Luccautori compie 25 anni e il Premio Racconti nella Rete ne compie 18, la nuova edizione sta accogliendo racconti on line che si accumulano e vengono letti e valutati da una giuria per arrivare alla selezione dei vincitori 2019. La scadenza per inviare racconti è il 31 Maggio e non smetterò mai di invitare chi scrive a tuffarsi e mandare le proprie storie, lasciandole libere di tuffarsi nel mare. È un concorso letterario insolito, ricco di belle persone, di entusiasmo per la scrittura e la lettura, capace di permettere uno scambio immediato tra chi scrive e chi legge perché on line i racconti rimangono e si possono commentare. Così tra partecipanti ci si conosce in modo virtuale e poi ci si riconosce nelle varie occasioni in cui l’antologia viene presentata in giro per l’Italia.

Tutti i racconti rimangono comunque in rete e le maglie si moltiplicano ma i legami non si spezzano, con il pescato che aumenta. Visitando una città di entroterra, dove non mi aspettavo di trovare il mare, la parola acqua mi è arrivata da una coppia di nuovi amici, Maria Giulia Benini (vincitrice nel 2016 con “La lezione di Yoga”) e Mauro, suo compagno. Lei di Ravenna, lui di Bologna, sono state le guide di un territorio che non conoscevo. Vi portiamo a vedere l’acqua hanno detto. E nella notte siamo andati in cerca della finestrella che affaccia su uno dei canali della finta Venezia.

Il canale Reno attraversa Bologna e il suo corso ha consentito ricchezza di scambi e commerci. La rete idrica collegava la città con il fiume Pò e consentiva spostamenti veloci, oltre che alimentare i mulini ad acqua e riempire i fossati oltre le mura medioevali. Il Reno non è l’unico dei vecchi canali, ma è ancora visibile, mentre gli altri sono stati quasi completamente interrati, in funzione dello sviluppo cittadino.

Mentre cercavamo lo scorcio dal quale si immagina come l’acqua fosse sfruttata in passato, una via da e verso il mare, in un sistema di acque visibili oppure scomparse, mi sono ricordata dell’opera di Michele Serra “Sull’acqua” (Edizioni Aboca). È un libro piccolo ma ricco, a metà tra un racconto e un poema, anzi più una canzone, perché è pensato per essere letto accompagnato dalla musica orchestrale. Non sapevo che un testo di questo tipo si chiamasse melologo, quando l’ho ascoltato, letto dalla voce dell’autore nella Nuvola di Fuksas a Dicembre durante Plpl2018. E purtroppo in quella occasione la musica non c’era, eravamo chiamati a immaginarla, ma le parole aiutano lo stesso perché sono scelte in modo da ricreare suono e ritmo e scrosciano, ondeggiano, calme, agitate, proprio come l’elemento che descrivono.

La storia è quella dell’acqua di falda sotto Milano, un “oceano nero come la notte e trasparente come le stagioni”, pompata per anni dall’industria dell’acciaio Falck e ora in risalita da quando l’industria ha cessato di produrre. “Nessuno è in grado di dire quale sia stata l’ultima nota.
Se un colpo di maglio.
Il cigolio di un giunto.
Il tonfo di una pressa.
Un camion che si allontana.
Il clangore di un cancello che si chiude.
Qui, proprio qui vicino, c’era l’orchestra più grande mai vista al mondo. Una gigantesca orchestra di metallo. che produceva un suono sovrumano e profondo, il salmo interminabile della produzione industriale, giorno e notte il barrito solenne delle macchine smisurate che lavorano l’acciaio. (…) L’industria metalmeccanica era un mondo di fuoco, e questo lo sappiamo, (…) Ma era anche un mondo di acqua, eccome se lo era. (…) Milioni e milioni di metri cubi di d’acqua. Un mare sotterraneo, la sterminata falda acquifera della Pianura Padana, l’anima rigurgitante dell’economia lombarda, la fonte millenaria dell’agricoltura.”

E infatti nel Bolognese l’acqua ha consentito lo sviluppo agricolo e quello degli allevamenti. Se non ci fosse l’acqua, non ci sarebbe vita, eppure in ogni parte del pianeta l’acqua è oggi uno dei beni più a rischio. Continua Serra descrivendo il suono dell’acqua: “Un suono di sole vocali. Le consonanti non sono ancora intervenute a dargli scansione, a dargli struttura. Ma neanche le vocali bastano a definirlo. È un suono d’acqua ma non di acqua che scorre.
Di acqua che aspetta.
Di acqua che CI aspetta.
Contiene un’energia immensa.
Natura.
Lavoro.
Alimento.
Vita”.

Spariti i suoni metallici dell’industria, l’acqua ha di nuovo il suono che assomiglia a una parola frusciante di sole vocali e la sua risalita è una speranza di vita. Sapremo usarla con gratitudine, cambiando atteggiamento nel consumo delle risorse vitali del nostro pianeta? Serra conclude il suo melologo con un appello a metterci in ascolto dei segnali che giungono dall’acqua, non per esserne spaventati ma per capirli, interpretarli e saper essere sapienti nell’utilizzo delle risorse. Perché se non capiremo sarà solo colpa della nostra sordità.

Leggendo di suoni e di ascolto, di rispetto e di cura dell’acqua, mi sono ritrovata con la memoria nelle immagini del film “La forma dell’acqua”, di Guillermo del Toro, in cui, otre ai protagonisti umani e non, l’acqua è l’elemento in cui si sviluppa la storia d’amore tra una donna muta e una creatura appunto acquatica. Che non è affatto mostruosa perché il vero mostro è l’americano in apparenza perfetto e timoroso di Dio che disprezza le donne e i gay, colui che discrimina eseguendo ordini senza porsi domande, colui che non si mette in discussione e abusa del suo potere, guidato sopratutto dal pregiudizio di essere migliore.
L’unica possibilità per sopravvivere all’odio dei veri mostri di questa storia è l’amore e la frase finale del film è un manifesto di quel sentimento che è in grado di salvare noi stessi e l’ambiente in cui viviamo: “Unable to perceive the shape of You/ I find you all around me./Your presence fills my eyes with Your love,/It humbles my heart,/For You are everywhere”. (Non potendo percepire la tua forma,/ ti trovo dappertutto./ La tua presenza riempie i miei occhi del tuo amore,/ rendendo il mio cuore umile,/ perché Tu sei ovunque).

La visita alla città di Lucio Dalla è stata breve ma intensa. Come purtroppo la vita di un cantautore che ha cantato canzoni memorabili di mare, come “4 Marzo 1943” o “Itaca” e di terra, come “Piazza Grande”. Tra i mattoncini rossi caratteristici delle torri e delle costruzioni cittadine ho ritrovato le parole della canzone “L’anno che verrà”, che sono diventate la luminaria della via dove si trova la casa del cantautore scomparso:

Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c’è una grossa novità,
l’anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.
Si esce poco la sera compreso quando è festa
e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.
Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e tutti quanti stiamo già aspettando
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce
anche gli uccelli faranno ritorno.
Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.
E si farà l’amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.
E se quest’anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch’io.
L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità (Lucio Dalla)

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