Capita che un Fisico decida di diventare professore. Come capita che da professore ascolti le domande dei suoi studenti e si sforzi di aiutarli a cercare le risposte. Capita poi che il suo desiderio di comunicare si scontri con la difficoltà, per molti dei suoi interlocutori, di afferrare la bellezza di materie come la matematica o la fisica e allora il professore in questione decida di mettersi in gioco partecipando a un laboratorio teatrale, per trovare spunti e affinare tecniche di comunicazione che lo aiutino nel suo intento. È stata questa la genesi di uno spettacolo teatrale dal titolo “L’ombra di Talete”, scritto e interpretato dal fisico/professore Enrico Ferraro, attore per la compagnia Effetto Joule (di cui fanno parte Emiliano Valente, Anna Maria Piccoli, Valeriano Solfiti, Valerio Bucci, Maria Zamponi), nata con l’intento di creare occasioni teatrali per parlare di scienza al grande pubblico, soprattutto a ragazzi e ragazze delle scuole superiori. Sono andata a vedere la performance al Teatro Verde, storico a Roma per i magnifici spettacoli per bambini e per il lavoro sulla tradizione delle marionette e dei pupazzi. Grazie alla direttrice artistica Veronica Olmi, quest’anno il teatro ospita la rassegna intitolata Science Fiction e dedicata alle scuole superiori. È stato così che la parola ombra mi ha catturata o forse dovrei dire meglio avvolta.

Quando si è aperto il sipario, ho pensato che avrei assistito a una rappresentazione di ombre cinesi. Il buio in sala e la luce che investiva il palco restituivano una scena bidimensionale in bianco e nero: il triangolo di una scala sulla quale seduto pensava un uomo, o meglio la sua ombra. Per qualche minuto mi sono sentita trasportata indietro nel tempo e ho visto in quella figura il filosofo matematico Talete (o il matematico filosofo), fino a quando la scena si è animata e l’uomo sulla scala si è rivelato essere il fisico matematico e attore Enrico Ferraro, amatissimo dai fortunati liceali che lo incontrano come professore.
La sua narrazione prende il via da una domanda: “Che cos’è il nulla?”, alla quale ne fa seguito un’altra “Che cos’è l’ombra?”. E gli interrogativi sono lo stimolo per un viaggio in compagnia, non tanto del matematico Talete, quanto dell’uomo Talete, e quindi anche della sua ombra.

Racconta Enrico Ferraro: “Era il 28 maggio del 585 a.e.v. e gli eserciti del Lidi e dei Medi si fronteggiavano nei pressi del fiume Halys al centro dell’Anatolia. Quindici anni di guerra ininterrotta, ma quella battaglia, secondo Erodoto, era dovuta ad un precedente terribile e pazzesco. Dei cacciatori Sciti assoldati dai Medi tornarono a mani vuote dalla caccia ed il re dei Medi Ciassarre li insultò gravemente. I cacciatori per vendicarsi uccisero uno dei figli del re, lo cucinarono, nel vero senso del termine, e glielo servirono a pranzo. Poi, dopo il pranzo, capirono di averla fatta un po’ grossa e se la diedero a gambe, fuggendo in Lidia, dal re Aliatte II. Alla richiesta di consegnare i cacciatori da parte di Ciassarre, Aliatte II rispose picche e Ciassarre volle andarseli a riprendere con tutto il suo esercito.Il paesaggio intorno al fiume Halys era come quello di tanti altri fiumi mediterranei in primavera inoltrata: grandi cespugli e arbusti sulle rive, praterie e boschi intorno, l’aria piena di insetti ed uccelli in volo e il profumo dei fiori, che si mischia al calore umido che sale dal terreno e dal fiume, è un tutt’uno con il gorgoglìo delle acque e il fruscio delle foglie. Sembrerebbe il paesaggio idilliaco che circonda il mitico monte Olimpo, popolato da fauni e ninfe, se non fosse per quello scintillio metallico che circonda la verde pianura ondulata: elmi, scudi, lance, spade, asce e tutta intorno la nuvola aspra del sudore di uomini e cavalli, della polvere dei carri. Sotto il sole cocente di quella giornata molto sangue si sarebbe versato per vendicare l’onta, ma ad un tratto la luce del sole virò: da scintillante che era cominciò a diventare un po’ più gialla. Gli uomini forse pensarono al sudore che bagnava il viso o all’odio che offuscava gli occhi. Poi la luce divenne ocra e poco dopo arancio, come durante una tempesta di sabbia. Ma la sabbia non c’era e neanche le nuvole o qualche gigantesco stormo di uccelli migratori o qualche innumerevole sciame di cavallette. Ma queste sono ipotesi che possiamo fare noi, abituati a cercare le cause degli eventi. Tra i Lidi ed i Medi è ragionevole immaginare che non fecero ipotesi. Piuttosto cominciarono a guardarsi intorno, che succede, il sole si sta spegnendo….  Infine venne l’ombra, come una notte in pieno giorno. Il buio avvolse la luce. Il sole si spense a mezzogiorno, un disco nero lo copriva, guerrieri fino a pochi istanti prima impavidi, pronti a gettarsi nella mischia, ad uccidere e ad essere uccisi, si fermarono senza capire cosa stesse succedendo. Non avevano mai visto una cosa del genere. I cacciatori-cuochi del figlio del Re sentirono il terrore, e cominciarono a pregare, e ci fu il silenzio e gli sguardi atterriti dei due schieramenti si mischiavano e cercavano conforto gli uni negli altri, si inginocchiarono, finché uno dei mille e mille soldati si alzò e rese omaggio a quel disco nero fiammeggiante in cielo chiamandolo l’Aquila Nera. La guerra finì e la pace iniziò. Un evento divino li aveva convinti. Ma quell’evento non era divino, e un uomo soltanto era riuscito a prevedere ciò che in seguito si sarebbe chiamata Eclisse. Quell’uomo era Talete e non aveva paura di quell’ombra. Erodoto ci racconta che Talete predisse quella eclissi con largo anticipo, indicando ai suoi concittadini anche l’anno in cui sarebbe accaduta. Talete era amico dell’ombra e sapeva leggerci molte cose”.

La prossima rappresentazione nel calendario di Science Fiction, è in programma il 7 e l’8 Marzo sempre al Teatro Verde, ed è intitolata “Boltzmann e l’entropia”. L’intento di riuscire a illuminare anche la mente più adombrata, raccontando le storie degli scienziati e delle loro scoperte è davvero riuscito in entrambi gli spettacoli. Nel caso di Talete, la chiave è proprio la storia di come la sua immaginazione abbia visto nell’ombra “tutti i triangoli del mondo”. Fu lui a capire come misurare l’altezza della piramide di Cheope grazie alla sua ombra. E il racconto delle sue scoperte matematiche è lo spunto per narrare quanto la capacità di immaginare l’invisibile, tipica dei grandi scienziati, sia la molla per capire concetti astratti, arrivando a costruire teorie e immaginare esperimenti anche decenni prima che la tecnologia sia in grado di realizzare la prova sperimentale. “L’ombra non è il nascondiglio dei mostri”, scrive e racconta dal palco Enrico “ma una coperta che cela un tesoro invisibile, quello che alcuni hanno avuto il coraggio di guardare, liberando tante persone dalla paura. Copernico, scoprendo che la Terra non è più al centro dell’universo, Keplero, trovando le sue leggi dagli appunti del suo maestro, Galileo, spingendo il suo sguardo ancora più lontano, Newton, che dopo millenni di osservazioni dei pianeti comprese perché si muovessero, Einstein, che osò immaginare di viaggiare a cavallo di un fotone per capire come cambia il tempo e lo spazio, sono tra quelli che hanno guardato con occhi diversi ciò che era sotto lo sguardo di tutti, scoprendo l’invisibile”.

Uscendo dal teatro ho ripensato a uno degli eventi recenti che hanno entusiasmato il mondo dei fisici e che rappresenta bene il potere dell’immaginazione di descrivere qualcosa che per anni si può solo prevedere in astratto. Le onde gravitazionali, sono state rivelate per la prima volta nel 2016, a distanza di cento anni dalla predizione teorica di Albert Einstein. Da poco ho incontrato il libro del fisico Fulvio Ricci che racconta la storia di questa avventura : “Alla scoperta delle onde gravitazionali. Cento anni dopo la previsione di Einstein” (Edizioni Dedalo) . È la narrazione della realizzazione di un sogno, concretizzato nelle parole piene di emozione pronunciate dal fisico David Reitze alla conferenza di Washington del 11 Febbraio 2016: “Ladies and gentlemen, we have detected gravitational waves. We did it” . Quell’emozione si è propagata come un’onda e ha investito tutti coloro che hanno creduto in un’impresa durata cento anni.

Nel racconto di Enrico Ferrero sul palco del Teatro Verde l’accento non è solo sull’immaginazione, ma anche sulla passione, quasi da innamoramento, di chi dedica tutta la vita alla missione di comprendere la natura e le sue leggi fisiche espresse con il linguaggio della matematica (nel caso delle onde gravitazionali, si trattava di arrivare a misurare un segnale così debole che l’ordine di grandezza è mille volte più piccolo del nucleo di un atomo). La passione è il carburante che ci spinge ad accogliere le sfide e affrontarle. Oltre a questo, nella storia dei fisici che hanno dedicato la vita alla ricerca delle onde gravitazionali, c’è il coraggio di affrontare l’impresa più imponderabile, come quella di investire anni a riflettere, insistere, rivedere, discutere, con competenza, perseveranza e l’ombra di mille dubbi, per arrivare allo sviluppo tecnologico all’altezza del compito. Nel caso di Talete la sfida di trovare un modo per misurare l’altezza di una piramide sacra, considerata talmente alta da toccare il divino e quindi, per definizione, non misurabile, lo ha portato a fare emergere dall’ombra teoremi e teoremi sui triangoli. È la stessa passione di Enrico quando racconta: “Dall’autunno del 2015 ho cominciato a non darmi pace, studiando, interrogando colleghi, cercando ovunque, finché mi ritrovai a immergermi, una notte, nell’ombra di un bosco. Per respirare l’ombra del pianeta. Perché la notte è l’ombra della Terra. Volevo capire di cosa fosse fatto ciò che non si può toccare, né vedere, ma che esiste perché, di fatto, ci camminavo dentro. E fu lì che incontrai Talete. Ma non era come lo dipingevano le descrizioni ufficiali, barbuto, austero, noioso. No, era bello, simpatico, curioso, con lo sguardo aperto, vigile, spesso rivolto verso l’alto, a scrutare il cielo, soprattutto di notte. Era il cielo di Mileto (…) una città pazzesca, straordinaria, cosmopolita. È piena di vita e nelle sue strade ti arrivano i suoni di tutte le lingue, gli odori di tutte le spezie, i sapori di tutti i cibi, sgli sguardi di tutti gli occhi del mondo. È una città che scambia merci e cultura con tutte le civiltà e nella quale le persone sono abituate a pensare, ad apprendere e a reagire”.

Quello che ho afferrato e qui rilancio, dall’ombra dell’uomo seduto sulla scala, è l’eredità che i grandi pensatori lasciano dietro di sé grazie alla loro immaginazione messa a servizio dell’interpretazione della natura e delle domande che come esseri umani ci poniamo da sempre. È stato così che l’ombra di Talete stesso ha assunto per me la forma di un triangolo, ai vertici del quale ci sono la matematica, la storia e la filosofia, perché le sue domande e la sua capacità immaginativa lo hanno spinto a occuparsi dei problemi del suo tempo, a viaggiare, a interpretare la natura attraverso il pensiero e a risolvere problemi pratici in modo geometrico, con il linguaggio della matematica e le dimostrazioni di teoremi che dopo centinaia di anni portano il suo nome. A distanza di più di 2500 anni il nome di Talete è vivo e l’ombra dell’uomo che è stato ancora ci avvolge. Come è per coloro che si mettono in viaggio pieni di domande e nel cercare le risposte non si accontentano di una spiegazione divina ma vogliono arrivare al senso, alla comprensione, se ne fanno carico di quella comprensione e la rendono accessibile e comunicabile a tutti. Sono le domande più lineari, spesso quelle dei bambini, che accendono la miccia per dell’immaginazione e della ricerca. Ma le risposte immediate, dogmatiche, senza l’ombra del dubbio, possono trarre in errore. Perché il dubbio è la spinta a conoscere e la sua ombra è all’origine dell’azione. Giorni fa ascoltavo mio figlio parlare di una canzone rap che narra della seconda morte, quella di quando il nome di una persona non viene più pronunciato da nessuno perché non c’è nessuno in vita che lo ricordi e lo menzioni ad alta voce. Facevamo un discorso sul ricordo degli avi, sul significato della memoria e della storia. Il senso della nostra conversazione l’ho ritrovato nell’ombra del teatro, assieme a un centinaio di spettatori che, in silenzio, ascoltavano il nome di Talete, sempre vivo, come viva è la matematica dei teoremi che hanno il suo nome. Perché è da quei teoremi che l’immaginazione trova il modo di costruire un distanziometro, uno strumento per misurare distanze di oggetti anche lontanissimi, come le navi al largo viste dalla costa. È da quei teoremi che si capisce perché una scala per supportare il peso e mantenersi rigida e solida debba avere la forma triangolare mentre un cric utile a cambiare la gomma alla macchina sia più funzionale nella forma di un quadrilatero flessibile. È da quei teoremi che si può immaginare di misurare un grattacielo servendosi della luce del sole, dell’ombra del palazzo e di quella di un bastone.

D’altra parte è grazie all’ombra che sono nate le prime meridiane e quindi i primi strumenti per misurare il tempo. Questa immagine mi conduce agli scritti di Jorge Luis Borges e al suo ultimo libro intitolato “Elogio dell’ombra” (edito da Einaudi). Non solo perché Borges è uno degli esempi più belli di uno scrittore che ha attinto a concetti matematici in tutta la sua narrativa, basti pensare all’idea di infinito elaborata nel racconto “La Biblioteca di Babele”, parte della raccolta di racconti intitolata  “Finzioni”. Ma anche perché Borges ha narrato del tempo e delle sue ombre. Il racconto “Il miracolo segreto” è un esempio bellissimo della possibilità di raccontare l’infinito in un istante nell’immagine del condannato davanti al plotone di esecuzione che durante l’intervallo di tempo necessario alle pallottole per colpirlo dopo lo sparo riesce a comporre a memoria e terminare la sua opera di una vita. 

Il suo ultimo libro è una raccolta di poesie, riflessioni, brevi racconti, un collage del pensiero di un uomo vicino alla morte, il cui sguardo è rivolto alle ombre (Borges è diventato cieco in vecchiaia) e proprio per questo si concentra ancora di più sul potere dell’immaginazione.

Elogio dell’ombra (di Jorge Luis Borges)
La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)
può essere per noi il tempo più felice.
È morto l’animale o quasi è morto.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che ancora non son tenebra.
Buenos Aires,
che un tempo si lacerava in sobborghi
verso la pianura incessante,
è di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le confuse strade dell’Undici
e le precarie case vecchie
che seguitiamo a chiamare il Sud.
Nella mia vita son sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e somiglia all’eterno.
Gli amici miei non hanno volto,
le donne son quello che furono in anni lontani,
i cantoni sono gli stessi ed altri.
non hanno lettere i fogli dei libri.
Dovrebbe impaurirmi tutto questo
e invece è una dolcezza, un ritornare.
Delle generazioni di testi che ha la terra
non ne avrò letti che alcuni,
quelli che leggo ancora nel ricordo,
che rileggo e trasformo.
Dal Sud, dall’Est, dal Nord e dall’Ovest
convergono le vie che m’han condotto
al mio centro segreto.
Vie che furono gli echi e passi
donne, uomini, agonie e risorgere,
giorni con notti,
sogni e immagini del dormiveglia,
ogni minimo istante dello ieri
e degli ieri del mondo,
la salda spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti,
l’amore condiviso, le parole,
ed Emerson, la neve, e quanto ancora.
Posso infine scordare. Giugno al centro,
alla mia chiave, all’algebra,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

Eraclito (di Jorge Luis Borges)
Il secondo crepuscolo.
La notte che penetra nel sonno.
La purificazione e l’oblio.
Il primo crepuscolo.
La mattina che è stata l’alba.
Il giorno che fu il mattino.
Il folto giorno che sarà la sera consunta.
Il secondo crepuscolo.
Quest’altra veste del tempo, la notte.
La purificazione e l’oblio.
Il primo crepuscolo…
L’alba segreta e nell’alba
lo sgomento del greco.
Che trama è questa
del sarà dell’è, del fu?
Che fiume è questo
pel quale corre il Gange?
Che fiume, la cui fonte è inconcepibile?
Fiume, codesto, che
trascina miti, spade.
È inutile che dorma. Il fiume corre
nel sonno, nel deserto, in una cava.
Il fiume mi rapisce, io sono il fiume.
Di labile materia fui costrutto, di misterioso tempo.
È in me forse la fonte.
Forse dalla mia ombra
nascono i giorni, fatali e illusori.

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