Mia madre ha sempre regalato a noi bambini dei quaderni che chiamava “Quaderni degli amici”, a volte erano vere e proprie rubriche, nelle quali inserire, per titolo o per autore, i libri che leggevamo. Nel mio ci aggiungevo anche un commento per ricordarmi le sensazioni a caldo. Lo faceva con noi figli, con i suoi alunni delle scuole medie, lo continua a fare con i nipoti. Forse per questo per me ogni libro è, prima di tutto, un amico o un’amica. Mi è capitato negli anni di associare un volto agli autori o alle autrici che avevano messo su carta parole rimaste con me, storie che potevo anche aver dimenticato ma che sicuramente avevano lasciato un segno nelle mie cellule, in forma di parole diventate anche mie, di ricordi, di familiarità con luoghi, con sapori, colori, emozioni e sentimenti. Altre volte mi è capitato di associare anche la persona allo scritto, incontrandola e parlandoci. In ogni caso per qualsiasi libro, letto, o anche solo ‘leggiucchiato’ sfogliandolo, per scorrere brani o paragrafi e poi magari lasciarlo riposare e riprenderlo, mi attraversa il sentimento di amicizia. Se incontro chi lo ha scritto, accetto anche quel primo momento di non corrispondenza tra l’immaginario e la realtà, se capita, perché so che comunque l’amicizia c’è, è nata leggendo.

Fino allo scorso anno questa era solo una visione mia, tenuta un po’ segreta, o ritrovata negli amici di carta, ma qualcosa è cambiato quando ho incontrato il Premio “Racconti nella Rete”, il sito, il progetto, il Premio, ma soprattutto la persona dietro le quinte, il giornalista Demetrio Brandi, presidente di LuccAutori. È da lui che acchiappo questa volta la parola rete perché é lui la storia di un premio che, dal 2002, continua a formare legami e allargare una rete ricca di nodi, tra persone che scrivono e leggono. La piattaforma è nata perché i racconti rimangano on line: per un certo numero di mesi il concorso è aperto e si possono mandare fino a tre scritti, che vengono pubblicati sul sito perché possano essere letti e commentati. Allo scadere del periodo di inserimento (la fine di Maggio), una giuria seleziona i 25 racconti vincitori, che verranno inseriti nella raccolta cartacea dal titolo Racconti nella Rete (anno del concorso). Lo scorso anno ho partecipato anche io, perché l’amica Claudia Dalmastri, conosciuta frequentando i corsi di scrittura autobiografica di Rossana Campo, aveva vinto la selezione del 2017 e me ne aveva parlato entusiasta.

A fine Giugno 2018, rispondo a una telefonata in cui la voce di Demetrio (per me sconosciuta) mi annuncia che ho vinto un premio. La comunicazione mi arriva “out of the blue”, come si direbbe a New York, perché non sono una che di norma partecipa a concorsi! In quel momento stavo uscendo dalla facoltà di Fisica dell’Università La Sapienza di Roma, dove ero tornata dopo svariati anni di assenza, per ascoltare la conferenza dell’amico Fisico Teorico Stefano Fusi. Lui ormai vive a New York, è professore associato di neuroscienze alla Columbia University, è uno dei principali collaboratori del ‘Columbia Zuckerman Institute’, i cui laboratori sono nel nuovissimo centro di ricerca progettato ad Harlem dall’Architetto Renzo Piano, il ‘Jerome L. Greene Science Center’. Il campo all’origine della carriera di Stefano Fusi è quello delle reti neurali, applicate alla teoria dei sistemi cognitivi, della neurobiologia dei meccanismi di apprendimento, delle teorie computazionali per simulare i funzionamenti biologici del cervello. In questa veste era a Roma a descrivere lo stato dell’arte delle ricerche di cui si occupa che proverò a raccontare in un futuro prossimo.

Ero quindi immersa in tutt’altro genere di reti, nel mio vecchio mondo di fisica che ritrovavo a Roma, nella stessa aula della Sapienza dove avevo seguito il corso di fisica teorica del Professore Luciano Maiani, uno degli scogli magnifici, imprescindibili, ma anche davvero impervi, che avevo deciso di mettere nel mio piano di studi. Tra il presente e i ricordi, avevo appena riascoltato un amico che già quando eravamo ventenni ci intratteneva con le sue idee futuristiche e geniali. Era rimasto uguale all’immagine che mi ricordavo in un flashback in cui, ventenne, avevo organizzato nella casa dei miei un seminario aperto solo a pochi adepti, discepoli del nostro timido compagno di corso, che ci aveva illustrato una sua teoria. Anche allora io ero quella che meno capiva le visioni della sua mente, proiettata avanti a me qualche anno luce. Mi entusiasmava la sua passione dietro quella timida riservatezza, che si infervorava quando gli si chiedevano spiegazioni di qualsiasi cosa. Con lui e la mitica ‘Signorina Genovese’, così soprannominata dal già citato Prof. De Vito, e mia compagna di ‘impiombate’ di studi, avevamo formato il trio necessario e sufficiente per superare l’esame di Laboratorio di Fisichetta (così si chiamava l’esame di Sperimentazione Fisica I). E questa esperienza ci aveva uniti a vita!

Accanto a me da sinistra, i fisici, Paolo Antonelli, Stefano Antonelli e Stefano Fusi

Dopo tanto tempo rivedevo lo stesso sguardo acceso e mi ero agganciata a una rete del passato, mentre Demetrio mi nominava quella che i miei neuroni faticavano a mettere a fuoco. “La sento titubante, non è contenta?” Mi chiedeva preoccupato “vuole accettare che il suo racconto venga pubblicato con gli altri?” Con qualche attimo di ritardo sono caduta dalle nuvole, ho capito di quale rete stava parlando, e sono saltata su un’altra nuvola dalla quale forse non sono ancora scesa!

Tanto per la cronaca, avevo un giorno per rivedere il testo da dare in stampa, così mi disse Demetrio, poi mi avrebbe aggiornato sui passi successivi. “Quanto basta per essere felici” è il titolo del racconto, che parla di un luogo dell’infanzia, custodito in uno scrigno di piccole perle che la vita mi ha regalato. Era nato dalla parola ‘assai’, che avevo acchiappato in una frase dell’amico pianista Andrea Feroci. A volte un racconto parte da un’immagine, da un quadro, come per l’amica Marilena Votta, che scrive racconti incorniciati da un uso della punteggiatura al confine con la poesia. Per esempio, nel libro “Illusioni. Ovvero tredici modi di raccontare quadri” (D-Editore) c’è un suo racconto che mi ha messo in pace con un’immagine, diventata per anni una mia ossessione, a causa di una frase di mia madre che diceva di immaginare me e mio marito nel nostro Agriturismo Il Cucciolo come la coppia dipinta da Grant Wood di ‘American Gotic’.

Altre volte è un ricordo a evocare una storia, un sapore di un dolce antico intinto nel the. Ci sono poi i racconti che nascono da fatti di cronaca, da un’emozione che prende il comando della penna, come quella di osservare le relazioni di un ragazzo arrivato a Napoli dall’Africa, per tutti un Giovanni diverso, eppure sempre lui, scappato dal suo paese e arrivato dove può solo raccogliere briciole, come ‘Aaqil’ di Maria Sordino (Racconti nella Rete 2015). Ci sono racconti che vengono dalla memoria, come ‘Prima degli esami’ di Marianna Guida (2018). A volte un racconto nasce dall’amore o dall’odio per qualcuno, vedi ‘Verme’ di Ester Arena (2018) o per qualcosa, come ‘Io li odio i treni’ di Marco Floridia (2018). O ancora ci coglie il desiderio di tornare bambini e ritrovare quello sguardo sul mondo come in ‘La finestra sul cortile’ di Gian Luca Iaccarino (2018). Per la sezione dedicata ai racconti umoristici la rivista Budùar, collabora con la rete grazie al giornalista e illustratore umoristico Marco De Angelis, creatore di magnifici disegni pubblicati non solo in Italia ma anche dalla rete editoriale del New York Times e di altre maggiori testate statunitensi. In questo caso, gli spunti possono essere situazioni imbarazzanti, come per la penna di Claudia Mereu e il suo ‘La volta buona (2018)

A me può capitare che una parola sola mi torturi per giorni o per attimi, prima che abbia bisogno di capire attraverso la scrittura dove andare a scavare utilizzando il piccone di quella parola. Come è successo con ‘Quanto basta per essere felici’ e la parola ‘assai’ pronunciata da un amico. A lui va la mia gratitudine anche per aver letto il racconto, poco prima che lo mandassi in stampa, e averlo revisionato al volo, con il rispetto e la sapienza gentile di ‘chi ha fatto il classico’ e può colmare le lacune di una ‘scrivente’ come me, concentrata sulla scienza, in quegli anni formativi che in Italia fanno la differenza tra due culture ancora molto separate.

Ripensavo a questa serie di eventi, di ritorno da Napoli, una tappa delle presentazioni previste quest’anno. Se si vince e si è tra gli autori di una delle antologie, non si può partecipare alle selezioni degli anni successivi, ma si può sempre andare alle presentazioni che ogni anno si svolgono in città diverse a seconda delle provenienze dei racconti e delle loro ‘librerie amiche’. Il debutto dell’antologia fresca di stampa avviene a Lucca, nell’ambito di Luccautori,che è il momento per conoscersi tutti e stringersi la mano, associare facce ai nomi firmatari delle parole vicine di pagina del proprio racconto. Soprattutto per molti è il momento per incontrare Demetrio e i collaboratori del progetto, per ascoltare attori che leggono brani dei racconti accompagnati dal pianista Giuseppe Sanalitro, e conoscere da dove vengono e chi sono le persone che li hanno scritti. C’è anche una sezione corti dove viene selezionata una storia dalla quale viene realizzato un cortometraggio, come “Peccato capitale” scritto da Donatella Mascia e diretto da Giuseppe Ferlito. Da Lucca in poi si susseguono presentazioni in varie città, ogni anno diverse.

A Dicembre avevo incontrato Demetrio e alcuni autori allo stand di Castelvecchi a Plpl2018, la fiera della piccola e media editoria. Il primo appuntamento del 2019 era a Napoli e mi ha offerto l’occasione di passeggiare per le vie del centro, visitare il Museo San Severo, dove oltre a contemplare il Cristo velato, sono stata ferma di fronte alla rete di marmo dalla quale si libera la scultura umana che rappresenta il disinganno.
Ho incontrato per una passeggiata verso il blu del golfo di Napoli le amiche “autrici felici”: Ester Arena del cui romanzo parlo in Prospettiva (“Il piano cartesiano dell’amore” Edito Il Seme Bianco) e Claudia Dalmastri, anche lei nelle fila de Il Seme Bianco con “Le parole che non si devono dire”. Infine ho partecipato all’evento nella libreria Ubik, ritrovando Andrea Mauri di ‘Un banchetto diverso'(2016), autore di “L’ebreo venuto dalla nebbia” (edito da Scatole Parlanti) e di “Due secondi di troppo”, di cui ho scritto in ‘Cura materna’.

La rete si allarga ogni anno di più e a breve ci aspettano gli appuntamenti del Tour 2018 del 25 Gennaio a Milano, del 2 Febbraio a Firenze, del 23 Febbraio a Bologna, del 15 marzo a Roma e del 30 Marzo a Pescara.
Per chi non avesse ancora mandato un racconto ma lo custodisce in un cassetto, oppure lo ha in testa e deve solo scriverlo, da Ottobre 2018 si è aperta la nuova stagione che si chiuderà il 31 maggio 2019 e dalla quale verranno selezionati i prossimi 25 vincitori per la prossima antologia. Partecipare è bello, leggere i racconti che continuano ad arrivare sul sito e scambiare commenti sulla piattaforma è una fonte di ispirazione e di scambio, vincere non è scontato ma si può sempre riprovare di anno in anno e prima o poi ricevere la gentile telefonata di Demetrio che, da un giorno all’altro, ti pesca nella sua rete e ti trascina in un mare di nuvole senza mollare la rete, a meno qualche nodo non si voglia sciogliere, ma dubito che sia mai successo!

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