Divagazioni su “Lo Zen e l’arte di scrivere”, di Ray Bradbury, Edizioni Piano B (Una memorabile casa editrice grazie alla quale riscoprire il passato e ripensare il futuro)
Agli amici scrittori e alle amiche scrittrici:
“Ogni mattina salto giù dal letto e metto i piedi su una mina. La mina sono io. Dopo l’esplosione, passo il resto della giornata a rimettere insieme i pezzi” – Ray Bradbury

Al mio unico lettore o alla mia unica lettrice:
Dell’alzarsi di mattina e mettere i piedi sulla mina che siamo noi stessi…
(e del ricomporre i pezzi)

Sono sullo snodo, non posso tornare indietro perché ormai il prima è passato e sono già nel dopo in cui voglio stare. Le mie cellule, ogni parte di me, per quanto disgregata, sa che vuole stare in questo dopo che è il mio presente, perché ci sta bene. È solo che non so quale direzione prendere, non ne esiste una “giusta”, e non voglio prenderne nessuna che mi venga imposta. Voglio trovare la mia e sono sicura che la troverò perché la cerco da una vita. Dovessi metterci tutto il resto del tempo che mi rimane la troverò. So che l’entusiasmo che provo mentre scrivo, l’elettricità che le mie dita hanno sulla tastiera, sono reali, sono vere, mi fanno stare bene in questo snodo. Come so anche quanto scrivere sia decidere ogni lettera, ogni parola e avventurarsi così oltre lo snodo.
Ecco, apprezzo chi riesce a stare in questo momento con me e non sono sicura di chi potrà seguirmi e trasformarsi con la me del dopo, avendo conosciuto da troppo tempo la me del prima. Questa incognita riguarda le relazioni più profonde, quelle antiche. So che farò di tutto perché ci rimanga chi mi incontra, in questo spazio virtuale, chi prova a cercare oltre, dandosi e dandomi lo spazio necessario, quello dell’intelligenza delle emozioni.
Tu scrittore-lettore e scrittrice-lettrice (vorrei dire writer o reader, perché in inglese c’è un unico termine che non distingue il sesso), che mi hai conosciuta un attimo prima dello snodo, nel prima che era già un dopo. Ti consegno parti di me, come bucce di una cipolla, e tu puoi tenerle o gettarle, puoi custodirle in un cassetto della tua vita. Se le tieni, continua a rimanere in questo snodo, correndo, svaporando, facendo quello che fai, inseguendo la tua arte, la tua musa, ma standoci. Te lo chiedo e te lo continuerò a chiedere, di esserci. Mi fido della risposta del lettore ideale che ognuno di noi ha in mente, lanciata in un tempo del passato remoto: “tu scrivi, io leggo”. Resto incollata a un’altra risposta di quell’unico lettore, anch’essa di un altro tempo andato: “non ti abbandono, a prescindere”. Come faccio io con i miei amici scrittori e le mie amiche scrittrici.
Questo è un altro pezzetto di me da leggere e mettere nel solito cassetto. 
Un pezzetto che ho trovato in un libro, un libro sulla scrittura dell’autore di “Cronache Marziane” e di “Fahrenait 451”. Due libri di cosiddetta fantascienza che in realtà è qualcosa oltre la fantascienza, qualcosa che non si può etichettare o categorizzare, come lo è ogni libro, almeno per me. Perché se è vero che “ogni lettore quando legge legge se stesso” (a detta di quel Proust del tempo perduto), allora ogni libro ha in sé uno scrittore per ogni lettore che lo legge e nessuno di noi lettori può essere etichettato o categorizzato. Ma non voglio perdermi in questa divagazione sul senso di incasellare un libro in uno scaffale. Per me le librerie sono volanti, sono navi volanti, i libri mi seguono o io li seguo, come se fossi su una barca con la rete in mare, in quel punto dell’orizzonte dove il mare diventa cielo, ogni tanto un libro abbocca o io abbocco al suo amo (o lei abbocca… anche in questo caso perché non la libra, anziché il libro? Meglio book che è senza sesso?). Alcune storie le ho già lette e mi hanno trasformata, come è per chi scrive e per chi legge, per chi ferma le sue parole sulla carta e privandosene trasforma qualcosa di sé e per chi le legge e ci si ritrova in quelle parole, le cattura e le rende proprie, trasformandole in inconscio.

Ecco, alludevo a questo dicendo che sono sullo snodo e che vorrei esserci insieme a te lettore. Io sono qui ferma, almeno ci provo, leggo e scrivo. E Ray Bradbury mi parla così, nel suo “Lo Zen nell’arte di scrivere”: “Corri forte, resta fermo. È la lezione delle lucertole e vale per tutti gli scrittori. Qualunque creatura tu possa osservare, vedrai la stessa cosa. Saltare, correre, immobilizzarsi. Nella capacità di battere come un ciglio, schioccare come una frusta, svanire come il vapore – ora c’è, ora non c’è più – la vita brulica sulla terra. E quando questa vita non si precipita alla fuga, si fa immobile come una statua per un identico motivo. Osserva il colibrì: ora è qui, ora non c’è più. Proprio come il pensiero sorge e questa specie di vapore estivo balugina; lo schiarirsi di una gola cosmica, la caduta di una foglia. E là dove prima c’era – un sussurro.
E cosa possiamo imparare, noi scrittori, dalle lucertole, cosa possiamo rubare agli uccelli? La verità è nella velocità. Più velocemente chiacchieri, più rapidamente scrivi, più onesto sei. Nell’esitazione c’è il pensiero. Nell’indugio c’è lo sforzo per lo stile – invece del balzare sulla verità, che è il solo stile per cui valga la pena battersi fino alla morte e intrappolare la tigre.
E cosa c’è nel mezzo tra le fughe e i voli? Sii un camaleonte, una miscela d’inchiostro, muta i tuoi cromosomi con il paesaggio. Sii una pietra, giaci nella polvere, riposa nel barile di acqua piovana sotto la grondaia della casa dei tuoi nonni, tanto tempo fa. (…)”.
A noi che fermiamo il tempo sulla carta, alla velocità dell’attimo che fugge…scrivendo e leggendo da fermi…

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