La Nuvola di Fuksas si tinge di rosso e io ne esco con buste pesanti di storia e di memoria, tra le pagine di un bottino arrivato nella mia vita un po’ per caso, un po’ per necessità. La Fiera #plpl2018 termina e mi lascia il cuore gonfio della commozione di Valerio Mastrandrea che leggeva: “Scrivo queste parole da una cella in carcere. Ma non sono in carcere. Sono uno scrittore. Non mi trovo né dove sono, né dove non sono. Potete mettermi in carcere, ma non potete tenermi in carcere. Io faccio una magia. Passo attraverso i muri”. Il libro “Non rivedrò più il mondo”, è di Ahmet Altan, lo scrittore turco imprigionato con l’accusa di aver favoreggiato il fallito colpo di stato contro Erdogan nel 2016. Il narratore, condannato al carcere a vita, è in attesa dell’appello e vive in una cella con altri due prigionieri. Le sue parole libere sono svaporate nella nuvola, un inno al potere dell’immaginazione e della scrittura salvifica. “Sto bene finché posso continuare a scrivere”, ci fa sapere Altan attraverso la sua compagna e giornalista Yasemin Congar, che ha tradotto in inglese i suoi manoscritti dal carcere e che è il suo tramite con il mondo, oltre ai suoi avvocati e a qualche parente stretto. L’unico modo per aiutare lo scrittore imprigionato è conoscere la sua storia, ha raccontato Yasemin ospite di #plpl2018, invitando la platea a non basarsi solo sulle sue parole, ma a cercare fonti e informazioni per capire la situazione in cui versa la Turchia di oggi. Nell’onestà intellettuale delle sue parole, nell’abbraccio che mi ha restituito, ho ritrovato la mia sorella turca, Seda, che venne a vivere nella mia famiglia allargata per un anno di scambi culturali. Lei ora vive a Bruxelles, dopo aver studiato diritto internazionale, e rappresenta quella Turchia illuminata e ricca di cultura, più vicina a una democrazia che non a una dittatura che imprigiona migliaia di intellettuali e insegnanti violando la libertà di pensiero. Eppure le due realtà esistono in quel paese, come in ognuno di noi a pensarci bene.
È così che ho catturato la parola dualità, presente in una storia di dolore e isolamento ma, nonostante tutto, di speranza. Le parole dello scrittore rinchiuso volano e arrivano nelle case di chi le legge e ascolta in esse la sua voce capace di evocare le stagioni, i profumi della natura, i ricordi delle persone amate e lui riesce ad essere dove non è, il suo corpo nel buio di una cella, la sua mente libera, grazie al potere dell’immaginazione.
Siamo immersi nella dualità, di questo sono certa, salutando un luogo in cui ho incontrato nuove possibilità di conoscermi e riconoscermi in tante persone, cercando il senso del mio essere al mondo nella scrittura e nella lettura. La parola pervade la nuvola e la trovo in ogni dove.
Di dualità parlava l’autore, disegnatore, giornalista Luca De Mata che presentava la sua ultima creazione: una ‘grafic novel’ intitolata “Il Pollo” (Sovera Multimedia Edizioni). Diceva di non sentirsi né uomo né donna, quest’uomo mite e di poche parole, attorniato da un gruppo di giornalisti, tutti uomini, che incarnavano con le loro provocazioni un bel po’ di arroganza. Ascoltare il senatore Paolo Guzzanti, i giornalisti Alberto Luna, Carlo Luna e Danilo Moriero mi ha davvero messa alla prova. C’era molto parlarsi addosso, più che un parlare del pollo, protagonista di una storia che racconta la vita di Anna, in un percorso attraverso la dualità della vita: quella di destreggiarsi tra donna e uomo, tra pace e guerra, tra identità e non identità, in un sistema binario in cui ci troviamo ad affrontare un eterno ritorno del sempre uguale. È la donna il pollo? O è l’autore, il pennuto infilzato dai pregiudizi? E quale sarà il punto di vista dello scrittore sull’essere donna, lui uomo che si dichiara sia l’uno che l’altra, se questo è il tema di uno strano libro fatto di disegni e parole? Ai lettori de “Il pollo” l’ardua sentenza.
Il punto di vista sul pollo mi ha riportata a casa, con i piedi per terra. Da circa un anno mi trovo a combattere contro i pennuti per salvaguardare l’ambiente del mio Agriturismo Il Cucciolo, a sud di Città di Castello in Umbria. È un luogo, su una collina fuori dal tempo dove chi arriva difficilmente vuole partire. Tra due Castelli medioevali, in mezzo ai boschi verdi della Val Tiberina, le case in pietra affacciano sulla valle di Petrelle, dove le stelle bucano la notte anche quando c’è luna piena e l’aria ha ancora il profumo delle stagioni. Eppure da alcuni anni una forza oscura si è manifestata e ha l’aspetto di un pollo. Anzi non uno, ventinovemilanovecentonovantanove polli mi assediano, perché qualcuno, un tale Geometra Landi, vorrebbe insediarli nei suoi capannoni a valle, disabitati da decenni, e farne un allevamento industriale sotto le mentite spoglie di un allevamento biologico. E io mi batto contro queste forze, sentendomi una polla pronta a finire nel brodo.
Perché allevare polli in modo industriale, in un luogo di cultura, di tradizioni contadine ancora vive, di possibilità di ritrovare un equilibrio con la natura, anziché renderla schiava? Ripensando al mio quotidiano e in uno stato un po’ abbacchiato sono uscita dalla Nuvola pensando che forse la storia disegnata di Anna potrà darmi la forza di continuare a lottare per essere me stessa, a dispetto delle forze oscure e facendomi forza di una dualità intrinseca alla natura per cui la realtà dipende anche dal punto di vista con il quale la osserviamo.
Questa immersione di cinque giornate nella nuvola, un luogo non luogo che ha rappresentato per me il sogno di una biblioteca infinita, mi ha guidata a incontrare persone che scrivono, leggono, traducono, o realizzano il sogno di chi scrive con le loro case editrici. Siamo tutti polli, noi scrittori? Siamo pesci in un acquario? Siamo onde o gocce in un oceano? Siamo particelle, stringhe, pacchetti di spazio tempo? Per quanto mi riguarda, non è importante che io trovi la risposta, finché l’interrogativo mi spinge a cercare parole da catturare al volo… 

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