Introduzione: Il nome di questo blog (letteralmente afferraparole) viene dal verbo inglese “To Fetch”, che ho conosciuto molti anni fa e che mi attrae perché denso di significati a seconda dei contesti. Correre ad afferrare una cosa e riportarla è il senso che ho incontrato per primo. E un “fetcher” è qualcuno che compie l’azione di acchiappare qualcosa per restituirla, in genere un cane da riporto! Il verbo si può usare per indicare l’atto di chiamare e far arrivare qualcuno, o per quello di raggiungere un porto sicuro se si naviga in acque poco tranquille. In senso metaforico può significare girare intorno a qualcosa e arrivare alla meta per un percorso circolare e non diretto. E questo forse è il significato che amo di più e che mi rappresenta. C’è anche un senso idiomatico che riguarda eseguire un compito umile, anche domestico, un’impresa non per forza edificante ma necessaria. In contesti più antichi è un verbo che si può utilizzare per descrivere l’azione di educare e far crescere figli o allievi. E poi c’è il significato legato all’attrazione di qualcosa nei nostri confronti, per esempio un’idea, o appunto una parola. Questo blog nasce dall’idea di afferrare le parole che mi attraggono e restituirle arricchite delle connessioni che trovo attraverso la scrittura. Sono io a catturarle o sono loro a irretirmi? Cadono per caso, come gocce di pioggia da una nuvola, nel mio ombrello capovolto o le inseguo con intento preciso per attirarle, unirle e trasformarle in scrittura? Ho sempre avuto una tendenza a elucubrare sulle parole. A volte per un mio difetto legato alla lentezza con la quale elaboro il pensiero rispetto a quello che ascolto. Come se il primo significato non lo capissi mai bene, o forse non lo trovassi davvero convincente. Sebbene la spinta naturale a interpretare la realtà a vari livelli mi abbia portata a impegnarmi nella scienza, diventando fisica e perdendomi a rincorrere e ‘acchiappare’ particelle, la lettura e la scrittura e quindi l’arte di scegliere le parole da dire o da non dire, da scrivere o da non scrivere, è l’ambito dove mi sento più a mio agio nel presente.
Siamo sommersi dalle parole, a volte troppe e ovunque. Acchiappare quelle che mi attraggono e restituirle come storie legate al mondo della carta stampata, degli scrittori, dei lettori e degli editori è un progetto che ho messo a fuoco partecipando a “Più Libri Più Liberi 2018”, la fiera romana della piccola e media editoria. Avevo raccolto così tante parole, così importanti, ogni parola un libro, ogni libro una persona, che mi sono trovata sulla soglia di un progetto. C’erano le parole, gocce che piovevano da una nuvola virtuale, c’era il desiderio, quello di trasformare le parole in scrittura, c’erano gli strumenti, l’ombrello che mi accompagna e mi rende felice sotto la pioggia e una penna blu dalla quale srotolare fili di inchiostro. Infine c’era il cielo romano di fine anno denso di nuvole da rincorrere e c’ero io, con la mia voce e il mio modo di trovare connessioni attraverso la scrittura: tra le parole e le persone che me le regalano o me le lanciano, nei contesti dove le raccolgo. Spesso sono parole di libri, scelte dai loro autori, altre volte le trovo nei film o nel teatro, nelle arti visive, nella musica, sempre e comunque sono parole che provengono da un’umanità di persone che si dedica a realizzare progetti, sogni, cose belle e anche utili, a volte piccole ma sempre importanti.
Inizio una nuova avventura, investendomi della missione di cronista, acchiappaparole, gocce di pioggia di un cielo che esiste e me le dona, anche fuori dal mondo racchiuso da un architetto che ha voluto incastrare una nuvola tra pareti di vetro. Lo faccio con lo spirito che ho scoperto nella Nuvola di Fuksas, come se fossi ancora lì a vivere e raccontare il mondo di una biblioteca infinita, piena di parole che mi piovono addosso, che catturo in un ombrello viola a pois e che interpreto perché non posso farne a meno e perché continuo a credere nel potere dei legami, della cura, della tessitura, dell’attenzione e della comunicazione.

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